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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica poiché viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001.

Per chi ama le Arti Marziali
Articoli

Gli articoli dei membri della Nei Dan School!



Tao, Do, Via...chiamatela come vi pare ma lasciate fare PDF Stampa E-mail

La Via delle Arti Marziali è la realizzazione interiore di se stessi attraverso l'arte marziale, infatti per seguire la Via non basta la pratica marziale, ci vuole l'Arte Marziale. Quindi per prima cosa è necessaria l'espressione artistica della propria natura che permette la coltivazione interiore.
Detto questo vorrei far notare che quasi mai l'espressione artistica in qualsivoglia sua forma nasce dall'ordine, ma bensi dal caos. E' il caos a portare l'ordine successivamente, lo yin che muta nello yang.
Quindi non è la divisa pulita o la disposizione ordinata delle ciabatte prima di salire sul tatami che ci rende degli artisti marziali, bensi l'espressione naturale di noi stessi attraverso i nostri gesti (anche marziali). Infatti culture differenti con connotazioni storiche e sociali diverse portano ad espressioni diverse dell'arte, ma sempre di arte si tratta. Esempio banalissimo, i giapponesi sono per loro natura (storica, sociale) molto legati alle formalità, ai riti e alle cerimonie forse molto più di ogni altro popolo su cui io mi sia informato, mentre non è così per il popolo cinese, una via di mezzo sono gli abitanti di Okinawa. Quindi è naturale per un praticante giapponese dare peso e rilevanza ai dettagli formali come la disposizione delle ciabatte o la divisa uguale a tutto il gruppo. Questo non è vero per i cinesi che per loro natura sono apparentemente più caotici, meno omogenei e forse più simili alla natura occidentale (specialmente dell'italiano medio). In entrambi i casi la pratica marziale rispetta la naturalità del praticante permettendogli di aprirsi la strada alla Via. Quindi mi piange il cuore quando vedo praticanti italiani imitare la rigidità e i formalismi giapponesi o l'apparente noncuranza dei cinesi, siamo italiani, il popolo del bel paese, estremamente pratici nell'essenzialità, capaci di perdersi facilmente nei meandri dei rituali di qualsiasi natura essi siano. Io personalmente sono disordinato e caotico nel mio vivere e allontanarmi dai formalismi mi ha permesso di dedicarmi all'essenza della pratica marziale rendendomi felice. Perchè è sostanzialmente questo lo scopo della pratica: essere felici.
Questo è il mio appello alla comunità marziale, siate voi stessi, esprimete voi stessi non cercate di essere quello che non siete attraverso l'imitazione formale degli altri, rendete il gesto vivo in quanto è un gesto che rappresenta voi, il vostro modo di vivere, di essere. Forse così avremo nei prossimi anni un praticante medio di più alto livello e che non passa il tempo a farsi le "seghe mentali" per capire se il suo pugno funziona, semplicemente perchè funzionerà e la pratica lo completerà permettendogli di trasformarla in Via.

 
Il Qi e il respiro PDF Stampa E-mail

Il “qi”, l’energia   

Fra Cielo e Terra niente svanisce senza    comparire di nuovo in forma diversa, non esiste una linea retta senza che esistano curve tortuose; tutte le cose sono in relazione tra loro e seguono un ciclo perpetuo: questa legge è immutata dall’antichità fino a oggi, e sempre lo sarà. Per parlare dell’arte del pugno, è necessario parlare prima del qi. L’uno genera il due; ciò che chiamiamo due è il respiro. Il respiro ha un aspetto yin e un aspetto yang, il pugno non potrebbe non contemplare a sua volta i due aspetti opposti e complementari di moto e quiete. Il qi è intimamente connesso al respiro. L’espirazione è yang, l’inspirazione è yin, l’ascesa è yang, la discesa è yin, l’ascesa dello yang qi è yang, la discesa dello yang qi è yin, l’ascesa dello yin qi è yang, la discesa dello yin qi è yin. Che cosa s’intende quando si parla di puro e torbido? Ciò che sale verso l’alto è puro, ciò che discende verso il basso è torbido. Il
puro è yang, il torbido è yin. Se si considerano separatamente si parla di yin e yang, se invece si considera l’insieme allora si parla di qi; il qi non può prescindere da yin e  yang, come l’essere umano non può prescindere da moto e quiete, il naso da inspirazione ed espirazione, la bocca da mangiare e sputare. Questa è l’essenza della circolazione, la respirazione non esiste senza inspirazione ed espirazione. Chiunque si avvicini all'argomento deve dare particolare considerazione a questo aspetto".

Brano estrapolato dal testo di Chen Changxing intitolato "I dieci punti fondamentali del Taijiquan e Concetti fondamentali per le applicazioni marziali", questo storico personaggio fu il M° del leggendario Yang Lu Chan (Yang l'invincibile).

Bene è impressionante notare come in questo passaggio il Gran Maestro Chen spieghi come il Qi sia intimamente legato alla respirazione. Inoltre spiega che ne esistono di diversi tipi e tutti importanti per l'apprendimento. Anche il mio M° Flavio Daniele rimarca l'importanza dell'intima connessione tra i due elementi, infatti spesso dice che l'unico modo di attivare l'interno è attraverso la respirazione in quanto il respiro è il modo più facile di passare dall'esterno all'interno. Ed è vero, ma una volta attivato il processo, una volta che l'intenzione è rivolta all'interno allora si può parlare di vera pratica interna e non prima. Inoltre si parla anche di ascesa e di discesa, questo perchè attraverso l'uso della respirazione è possibile attivare i muscoli paravertebrali che permettono il trasferimento di forza dal basso verso l'alto e dall'alto verso il basso.


 
DARE IL GIUSTO PESO AD OGNI COSA PDF Stampa E-mail

A volte mi capita di sentire da praticanti più o meno esperti delle oscenità inennarrabili, del tipo "facendo la forma (taolu o kata) si impara a combattere" oppure "faendo tanto esercizio a vuoto imparo a combattere", ed altre frasi simili, bene vorrei dire che questo è assolutamente errato. La pratica marziale catalogata sotto qualsiasi nome (taiji, xin yi, ba gua, karate, aikido, judo, ecc.) ha tutta una serie di esercizi:

1. Esercizi a vuoto

2. Esercizi a coppie

3. Studio della forma (Taolu o Kata)

4. Tui Shou (cinese) o Kakie (giapponese)

5. Combattimento libero (San Shou o Kumite)

6. Lavoro ai colpitori

7. Meditazione e visualizzazione creativa

Bene ora vediamo in maniera generica e sommaria cosa servono tutti questi esercizi

1. Esercizi a vuoto: servono ad apprendere delle metodiche di movimento, delle strategie ma cosa più importante servono ad interiorizzare dei principi del corpo.

2. Esercizi a coppie: servono a sottoporre il praticante ad un primo test più o meno collaborativo dell'applicazione delle strategie e dei principi appresi nel punto uno.

3. Studio della forma: questo esercizio come detto prima non serve a combattere, ed è generalmente l'esercizio più frainteso in assoluto dai praticanti di arti marziali tradizionali dove nella peggiore delle ipotesi (secondo me) è spunto per le gare. Bene detto cosa non è lo studio della forma passiamo a cosa è, ovvero continuità. Mi spiego meglio, applicare uno o più principi non è difficile da fermo o comunque in un ambiente controllato come l'esercizio a vuoto ma aumenta esponenzialmente la difficoltà all'aumentare delle variabili in gioco, quindi variazioni di altezza, variazioni di ritmo, passaggio da una postura all'altra (quindi movimento), ecc. Quindi lo studio della forma è l'aumento esponenziale della difficolta attraverso la continuità, ed è l'esercizio migliore per migliorarsi in tal senso ed interiorizzare ancor meglio e con maggior profondità le strategie e i principi dei punti 1 e 2.

4. Tui Shou o Kakie (mani che spingono): è un esercizio a coppie diverso dal punto 2, perchè il punto 2 serve per testare i principi con un basso livello di difficoltà, mentre il tui shou è molto più profondo. Ha molteplici scopi, la conoscenza di se attraverso l'altro, l'apprendere come capire l'altro senza che l'altro capisca me, ecc. Ed allo stesso tempo è il punto di congiunzione di tre aspetti molto importanti:

- la chiave di volta per passare dalla lunga alla media/corta distanza senza intoppi

- la chiave di volta per passare da una percussione ad una leva o proiezione senza soluzione di continuità

- ed è il punto di contatto tra il il punto 3 ed il punto 5

5. Combattimento libero (San Shou o Kumite): bene, la cosa più importante da capire è che il combattimento non è combattimento. Sicuramente vi starete chiedendo se sono pazzo, ma sebbene la risposta è ovviamente positiva il combattimento libero ha lo scopo di studiare 3 aspetti che fino ad ora non sono stati inseriti nel discorso e null'altro:

- tempo: ovvero la scelta del tempo per compiere un'azione in funzione del mio/miei avversari/nemici

- distanza: ovvero la scelta della distanza per compiere un'azione in funzione del mio/miei avversari/nemici

- vedere come si reagisce sotto pressione e come si reagisce al dolore

La cosa più importante da fare durante l'esecuzione del punto 5 è NON FARE/FARSI MALE, perchè non serve. Lo sanno bene gli amici degli sport da combattimento che evitano di farsi male in allenamento per non pregiudicare l'esito della gara, ma lo stesso vale per chi non gareggia. Facciamo un ipotesi se io uscissi da un allenamento con un occhio pesto da non vederci più o magari azzoppato, e venissi malauguratamente aggredito partirei già molto svantaggiato. Ovviamente bisogna fare dei distinguo, perchè quando si allena

- vedere come si reagisce sotto pressione e come si reagisce al dolore

vorrà dire che mi provocheranno dei danni ed è sempre un punto da sperimentare con qualcuno più esperto e coscenzioso di noi/voi. Per questo motivo secondo me il 95% delle volte che si fa combatti mento libero bisognerebbe farlo blando a livello di potenza e cattiveria e cercando di tirare solo al 10% delle proprie capacità atletiche, in modo da costringere al nostro spirito marziale di far nascere l'artista marziale che possiamo diventare. Il restante 5% delle volte sarebbe meglio suddividerlo con e senza protezioni.

6. Lavoro ai colpitori: se avete fatto attenzione nel punto 5 ho detto di non tirare con potenza per non "ammazzare" il nostro compagno d'allenamento, per imparare ad emettere potenza durante i colpi è necessario avvalersi dei colpitori. Tali strumenti possono essere delle più svariate tipologie e dimensioni, per esempio nello Xin Yi Liu He Quan si usano gli alberi come colpitori, nel karate il makiwara, negli sport da combattimento i sacchi e i pao, ecc. Come possiamo facilmente capire non è importante lo strumento in se, ma l'uso che ne facciamo.

7. Meditazione e visualizzazione creativa: anche questo punto è composto da un infinità di esercizi diversi, ed ogni stile ha la sua gamma di esercizi. Lo scopo però è di permettere al praticante di lavorare sulla sfera psicologica/emotiva/spirituale che troppo spesso non viene presa in considerazione fino a che non si  viene aggrediti seriamente (come è successo al sottoscritto quando aveva 17 anni che è stato aggredito da 11 persone mentre passeggiava per una città della sua zona, ovviamente non ho combattuto perchè ha avuto la fortuna di cogliere la via di fuga, quindi nessuna scena da film inventata di cui vantarsi). Però chi ha vissuto un esperienza simile sa che sopraggiunge il panico, entra in circolazione tanta adrenalina da pietrificarti le gambe e il buon senso si annebbia, ed è una bruttissima sensazione che nessuna gara (neanche a contatto) può insegnare. Nel tempo l'unica cosa che ho trovato si sia avvicinata a tale (bruttissima) sensazione è la meditazione e la visualizzazione creativa che permettendomi di ricrearla mi hanno messo in condizione di imparare a gestirla.

Bene alla luce di quanto appena detto si può dedurre che la mia visione dell'arte non permette bestemmie marziali come quelle elencate all'inizio dell'articolo e quindi si ritorna al titolo di questo mio pensiero scritto: dare il giusto peso ad ogni cosa ... per progredire e vivere felici la pratica marziale.

Ovviamente il mio pensiero muta continuamente in funzione dell'esperienza fatta nel tempo, quindi sperando di aumentare la mia esperienza nel campo marziale deduco che la mia idea tra 6 mesi sarà comunque diversa (e si spera più profonda) di quella espressa qui ed ora.

Come sempre invito a chiunque trovi delle inesattezze o dei veri e propri errori nel mio pensiero di contattarmi e correggermi.

 
Il Taiji secondo Sun Lu Tang PDF Stampa E-mail

Il Taiji è contenuto nel Wu Ji. Per prima cosa cercate di raggiungere e mantenere uno stato in cui siete centrati e privi di ogni intenzione cosciente. Quando il Qi è nascosto all'interno, c'è "virtù" (forza intrinseca). Quando il Qi si manifesta all'esterno c'è "metodo" (forza palese). Quando il Qi interno ed esterno si uniscono in un unico flusso di energia, si può trovare il proprio posto tra Cielo e Terra abbracciando lo yin e lo yang. Ne consegue che la forza interna delle arti marziali rappresenta la base della vita. In cielo si manifesta come destino. Nell'uomo si manifesta come natura umana. Negli oggetti inanimati si manifesta come principio d'ordine. Nelle tecniche di combattimento si manifesta come Scuola Interna di Arti Marziali. Sebbene compaia sotto forme diverse con nomi diversi, il principio è sempre lo stesso. E' il principio che chiamiamo "Taiji" (l'interscambio reciproco degli estremi). Gli antichi hanno detto: "dal Wu Ji nasce il Taiji". Questo principio non è una prerogativa esclusiva delle Arti Marziali. Lo stesso concetto è stato indicato dai saggi parlando di moderazione e mantenimento del giusto mezzo. L'idea buddhista "di illuminazione" si riferisce proprio a questo principio. Un discorso analogo si può fare per "lo spirito della valle" dei taoisti. Sebbene il concetto sia definito in vari modi, l'idea di fondo è di permettere al Qi di fluire liberamente. Le Arti Marziali Interne e i metodi dei taoisti sono i medesimi dentro e fuori. Le applicazioni di questo principio ("dal Wu Ji nasce il Taiji") non si limitano a rafforzare il corpo ed allungare la vita. Cominciate con entrambe le mani appoggiate lungo i fianchi. Rilassate le spalle. Ruotate le dita del piede destro verso l'interno, finchè il piede non è diritto e forma un angolo di 45° con il piede sinistro. Mentre il piede ruota verso l'interno, voltare la testa per guardare a sinistra. Gli occhi fissano un punto sulla sinistra. Il cuore deve essere stabile e il Qi scende verso il basso. Usate l'intenzione per far scendere il Qi nell'addome. Dovete usare l'intenzione, e non la forza bruta. Mentre si volta, la testa deve coordinarsi con il cuore, la mente e il dan tien, superiore, inferiore, interno ed esterno, come se fossero uniti da un unico Qi. La lingua tocca il palato. L'ano è sollevato [anche in questo caso usate l'intenzione e non la forza bruta]. L'effetto di questa azione si chiama "alternare Qian e Kun", ovvero alternare il Qi e spingere il vero Qi dal Cielo Anteriore a fluire in un senso inverso. Questo Qi si chiama Tai Ji. Gli antichi filosofi hanno detto: "il Tai Ji è l'unico Qi, l'unico Qi è il Tai Ji". Saggi, immortali, e Buddha hanno seguito questo principio ultimo. Non c'è nessuno che non conservi e usi questo principio ultimo. In caso contrario, chi desidera rendere il proprio corpo agile e leggero, unire il Qi interno ed esterno e fondersi con il Grande Vuoto, incontrerà serie difficoltà.

Questo estratto dal testo "Tai Ji Quan" di Sun Lu Tang (edito dalla Luni Editrice), esplica "non secondo termini occidentali" cosa è il Tai Ji. Il Tai Chi è continuo mutamento e può nascere solo dal vuoto (Wu Ji), senza la quite non può nascere il movimento. L'autore descrive la posizione da mantenere per raggiungere questo stato ed è la posizione di partenza della sua forma di Tai Ji Quan, ma questa non è vincolante, in quanto il Tai Ji proprio come il Wu Ji è prima di tutto uno stato interno, avrebbe potuto essere l'attimo successivo allo Yoi di una forma di Karate o l'attimo dopo aver preso la posizione dell'orso esce dalla grotta dello Xin Yi Liu He Quan. Insomma il Tai Ji (senza il Quan) è cambiamento, è l'attimo subito dopo al Wu Ji, nulla più. Oserei dire che questo è uno dei punti più importanti e più difficili da cogliere durante lo studio della forma. Io ovviamente non sono nessuno e cerco di interpretare il pensiero di un Grandissimo Maestro del secolo scorso, ma il Maestro Sun Lu Tang sembra avesse particolarmente a cuore questo passaggio dal Wu Ji al Tai Ji. Io ho letto due suoi testi e questo concetto salta all'occhio innumerevoli volte. Queste parole possono trovare terreno fertile nel primo degli 8 principi della scuola Nei Dan School del mio Maestro Flavio Daniele. Infatti partendo da una posizione di vuoto ci si radica a terra e si porta l'energia nel sincipite (questo ha come conseguenza il centralizzarsi nel Dan Tien) e qui si riassume il concetto di "dal Wu Ji nasce il Tai Ji", questo è l'inizio e la fine, la causa scatenante e lo scopo della pratica degli otto principi.

Questo mio parere è sintetizzato e quindi potrebbe non essere espresso correttamente, lasciando spazio a fraintendimenti. Se qualcuno non fosse daccordo con quanto espresso sarei felice se mi esponesse il suo pensiero.

 
IL CONDIZIONAMENTO PDF Stampa E-mail

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Per condizionamento si intende quel tipo di pratica atta ad un rafforzamento strutturale di ossa, tendini, muscoli profondi e superficiali e nervi. Questo tipo di lavoro è fondamentale sia dal punto di vista pratico, per non sentire dolore al primo contatto con un avversario in combattimento, un tipico esempio è osservare un incontro di un qualsiasi sport da ring a contatto pieno, ma anche solo per raggiungere un maggior livello di tonicità fisica, basti pensare a quante volte ci è mai capitato di urtare una tibia contro una sedia piuttosto che incappare in uno spigolo con il classico gomito: che dolore!

Ecco perché è importante, attraverso specifici esercizi a piedi fissi, in movimento, in coppia o semplicemente da soli condizionare braccia, gambe e tronco partendo dal semplice massaggiare e sfregare zone più o meno ampie, portando quindi inizialmente ad una maggior propriocezione della zona interessata, fino ad arrivare a colpirle con tutti gli arti e le diverse tipologie (palmo-dorso-taglio della mano e pianta-collo-taglio del piede) le varie fascie interessate (avambracci-braccia, fianchi, coscie e polpacci) per rinforzarli. Ovviamente non trattandosi di autolesionismo si partirà gradualmente e si aumenterà l’ intensità e la durata della pratica proporzionalmente al proprio livello personale, per raggiungere quello che dai maestri viene definito “sbarra di acciaio avvolta nel cotone” , ovvero sviluppare un interno forte e tonico (yang) ma che supporti un esterno morbido ed elastico (yin).

Barra Luca

 

 

 

 


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