Ti trovi: Home

Sondaggi

Perchè pratichi (o vorresti iniziare a praticare) arti marziali?

Vinaora Visitors Counter

mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
mod_vvisit_counterToday148
mod_vvisit_counterYesterday221
mod_vvisit_counterThis week369
mod_vvisit_counterLast week1242
mod_vvisit_counterThis month3716
mod_vvisit_counterLast month6569
mod_vvisit_counterAll days586292

Online (20 minutes ago): 4
Your IP: 34.207.82.217
,
Today: Mag 20, 2019

Disclaimer:

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica poiché viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001.

Per chi ama le Arti Marziali
Articoli

Gli articoli dei membri della Nei Dan School!



Pieno e vuoto PDF Stampa E-mail

Spesso nelle arti marziali si sente usare il concetto bipolare di pieno e vuoto, gli stili cosiddetti interni ne hanno fatto un caposaldo mentre stili come il karate shotokan annoverano addirittura questa terminologia nei 20 principi di G. Funakoshi (per la precisione il 14° principio recita: nel combattimento devi saper padroneggiare il Pieno e il Vuoto).
Questo dovrebbe far capire quanto questo dualismo sia importante per la pratica.

Va detto che questo concetto ha tolto il sonno a molti praticanti, ha riempito le bocche di molti pseudomaestri e ha portato fuori strada molti ignari allievi in quanto per la maggior parte delle volte viene frainteso.

Il pieno e il vuoto esattamente come il bianco e il nero rappresentano due estremità, e come tali implicitamente aprono la strada all'esistenza di una variegata scala di grigi. Sono proprio questi grigi l'anima e l'essenza del concetto, in quanto come cartine tornasole fungono da strumento per comprendere il proprio livello, e cosa ancora più importante bisogna comprendere che per passare da pieno a vuoto dobbiamo togliere qualcosa (che però possediamo) o per passare da vuoto a pieno bisogna mettere qualcosa che possediamo.
In parole povere se la pratica richiede di comprendere come togliere la forza fisica a favore della forza interna è OBBLIGATORIO possedere forza fisica, altrimenti cosa tolgo? Se per esempio ci viene richiesto di togliere la struttura per portare l'intenzione nel dan tien (allo scopo di scioglierlo) questo implica l'aver costruito la struttura. La complessità che si cela dietro questa terminologia è al tempo stesso la sua forza, perchè porta inevitabilmente alla comprensione che tutto nella pratica provoca una percentuale di pieno e di vuoto: le posizioni, il rilassamento, la disposizione del baricentro, il qi accumulato...tutto.
Ma poniamoci una domanda, la comprensione del pieno e del vuoto può renderci invincibili al punto da porci seghe mentali tali da farci perdere anni del nostro tempo nella pratica? Ovviamente la risposta è no! In quanto la comprensione è per sua natura mutevole ergo è davvero stupido allenare pieno e vuoto, non si può fare per definizione, in quanto se mi alleno è perchè non ho compreso, mentre se ho compreso non ha più senso allenare un concetto.
Quindi per comprendere il pieno e il vuoto bisogna smettere di volerlo comprendere, bisogna semplicemente allenarsi con un buon maestro e i risultati arriveranno, senza volere che arrivino (questo punto non implica lo spegegnere il cervello sia chiaro, ma solo ridurre il desiderio).
Questo punto focale di non forzare la mente riempiendola di continue e stupide domande permette alla mente stessa di svuotarsi (fare vuoto) per permette alla comprensione dettata dal corpo di farvi breccia e riempire la mente del concetto e il corpo della sua efficacia. Mentre per il pieno l'efficacia è palese va detto che anche il vuoto ingloba la sua efficacia, dettata dalle conseguenze che il "vuotare" provoca, immaginiamo di togliere la pressione esterna (come può essere il corpo di un essere umano nello spazio) ad una persona, il risultato è che il soggetto esploderà!

Questo è il modus operandi che va adottato su tutti i capisaldi delle arti interne: pieno e vuoto, yin e yang, Yi-Qi-Li, Fang Song e chi più ne ha più ne metta.
Non ci si allena per ottenere risultati derivanti dalla comprensione di un principio, come non ci si allena per diventare più forti o men che meno per avere degli allievi a cui insegnare (così da avere un ritorno economico); ci si allena solo perchè ci diverte e ci fa star bene, diversamente l'approccio alla pratica non sarà sincero, e la predisposizione mentale non sarà pronta per la comprensione...in parole povere butteremo via del tempo se il nostro scopo sarà l'alchimia interna.

 
La schiena gemma preziosa e nascosta della pratica interna PDF Stampa E-mail

Ripensavo ai primi stage fatti con i M° Xu e Daniele ormai nel 2007/2008 e ricordo chiaramente come spessissimo ci veniva detto che la gran parte della forza generata dal corpo nell'uso del lavoro interno arrivasse dalla schiena e dai glutei. E ai tempi mi chiedevo "ma se è uno stile interno perchè porre l'attenzione sulla schiena che è una zona esterna del corpo?", inoltre leggevo i classici del Tai Chi nei quali si faceva spesso riferimento ad avere la schiena come il guscio della tartaruga (vedere le immagini per notare la similitudine fisica e non una pura immagine mentale).
Passano gli anni, si accumulano gli stage e le nozioni apprese da quelli che ora posso considerare i miei Maestri (m maiuscola voluta), e le risposte arrivano. Chiarificatore in ogni sua sfumatura è stato uno stage di Nei Gong svoltosi lo scorso 8 aprile 2017 a Pinerolo presso la palestra Arte e Sport. In tale stage il M° Flavio Daniele ha spiegato per filo e per segno come attraverso la respirazione inversa è possibile attivare la schiena fino al livello delle scapole, mentre l'apertura delle anche lascia scivolare la pressione interna verso il basso fin sotto la pianta dei piedi (famoso radicamento) causando automaticamente "il sollevamento dell'ano" come menzionato nei classici, ma cosa ancora più importante lega indissolubilmente i glutei al resto della schiena (in Nei Dan si usa dire "riempire i reni"). Così si forma quel famoso "guscio", e fino a qui è "facile" perchè attraverso il paradigma li-qi-yi abbiamo insegnato alla nostra intenzione qual'è il percorso per attivare queste qualità fisiche, ora inizia la parte difficile: invertire il processo e attraverso l'intenzione attivare e far "pulsare" la schiena in maniera consapevole, precisa e potente.
Solo così si può iniziare a togliere forza dalla parte frontale del corpo per farla scaturire dalla parta posteriore e veicolarla lungo le braccia.
A questo punto si concretizza un ostacolo, davvero non facile da superare, ovvero come veicolare questa forza della schiena lungo le braccia in modo da poterla usare per colpire, tirare, strattonare e spingere. La risposta nella sua semplicità teorica (ma di difficile applicazione pratica) risiede nella giusta iterazione tra scapola e omero. Ovvero la scapola deve solo scampanare, scivolando dal centro della schiena (nel punto che prima abbiamo raggiunto attraverso la respirazione inversa) verso la zona delle ascelle e viceversa. Quest'ultimo movimento innesca una rotazione dell'omero sul suo asse e riceve una spinta/trazione dello stesso allontanandolo o avvicinandolo in funziona del movimento della scapola. Riflettendo su quest'ultima nozione si può capire perchè nelle arti interne di matrice cinese si porti l'intenzione solo fino al gomito e non si parli mai di mano, in quanto se alleniamo questo modo di muoverci otteniamo un flusso di forza che arriva naturalmente alla mano anche se l'intenzione è posta solo fino al gomito. Tutto questo deve essere allenato con l'ausilio dell'attenzione e genera un notevole cambiamento del tipo di forza applicata, ma cosa più importante ci porta nel mondo del' AN JIN ovvero la forza nascosta, primo vero punto di svolta nell'alchimia interna a scopo marziale (e non solo). Da questa serie di informazioni si può facilmente intuire perchè ho definito la schiena come una gemma preziosa, in quanto se non c'è un lavoro dedicato a questo percorso muscolare difficilmente si troveranno dei riscontri pratici dallo studio delle arti marziali interne. Inoltre l'ho definita nascosta perchè la gente che segue Maestri famosi raramente guarda la schiena, si tende ad osservare le mani e i piedi così si ricade nel classico errore di guardare il dito che indica la luna.

 
L'essenza dello Xin Yi Liu He Quan PDF Stampa E-mail

Da qualche tempo a questa parte è diventato relativamente facile procurarsi video di forme di Xin Yi Liu He Quan, e a causa di questa facilità nel reperire materiale ci si ritrova a vedere video davvero improponibili. Gente che pensa di fare Xin Yi solo perchè conosce una forma, ma se si analizzano questi video si vede la mancanza totale delle fondamenta. Si dice che in origine non ci fossero neanche i dieci animali, ma solo i sei poteri che ne costituiscono il cuore e l'essenza. Entrando nello specifico possiamo dire che le sei arti del corpo (o sei poteri) dello Xin Yi Liu He Quan quan sono:

1) L’artiglio dell’aquila
2) La vita del drago
3) La schiena dell’orso
4) Il collo della tigre
5) La zampa (gamba) del gallo (o pollo)
6) Il suono del tuono

1) “L’artiglio dell’aquila” significa che la mano è come l’artiglio di un’aquila: quando scatta non torna mai indietro vuota. Prima le mani vengono spinte in avanti in un attacco di palmo, poi le dita si chiudono ad artiglio e strappano. Queste richiede oltre un indubbio condizionamento anche un eccellente lavoro di tendini e legamenti.

2) “La vita del drago” trasforma il corpo in una molla in tensione. La parte superiore del corpo è girata da un lato, mentre la parte bassa dall’altro. Nell’attacco la molla si stende e la tecnica parte. Poi la parte superiore ed inferiore del corpo si girano nella direzione opposta e la molla viene compressa nuovamente, tesa e pronta per la tecnica successiva.
Ad un secondo livello è la comprensione e l'uso del dan tien a fini marziali, mentre ad un terzo livello di pratica diventa sede del campo del cinabro a fini di trasformazione interiore.

3) “La schiena dell’orso” implica che la schiena venga curvata come un arco e le braccia scagliate in avanti come frecce. Inoltre ad un livello più profondo implica l'uso dello zhong ding per sviluppare la forza alto-basso.

4) “Il collo della tigre” significa che il collo deve sempre essere rivolto verso il nemico, come il collo di una tigre deve sempre essere rivolto verso ciò che sta cacciando. Unito alla seconda qualità rende viva e marziale la terza qualità.

5) “La zampa (gamba) del gallo” è un concetto importante nello Xin Yi per varie ragioni. Per prima cosa i galli (o polli) non cadono mai: anche se hanno solo due zampe (al contrario dei quadrupedi) sono estremamente stabili. Inoltre quando un gallo cammina tutta la sua zampa si sposta dietro l’altra. Se un uomo cammina con questa andatura il cinto pelvico si sposta di lato e la zona esposta dei genitali è minore. Inoltre in questo modo la gamba posteriore viene nascosta da quella anteriore: quando il nemico si accorge che la gamba di dietro sta calciando è ormai troppo tardi per difendersi. Un’altra ragione per camminare come un gallo è che esso non indietreggia mai, anche nello Xinyi c’è la regola di avanzare ed attaccare sempre. Per attaccare qualcuno che gli sta alle spalle il praticante di Xinyi si volta per poter continuare a muoversi in avanti. Inoltre avere gambe forti è indubbiamente vantaggioso sia per l'aspetto marziale sia a scopo salutistico, in quanto l'uomo inizia ad invecchiare dalle gambe, mantenendole in salute si gioca in contropiede rispetto i primi acciacchi della vecchiaia.

6) “Il suono del tuono”, l’ultima arte del corpo, è il suono feroce che si porta quando si applica una tecnica. Esso ha tre funzioni principali:

a) facilita l’emissione dell’energia al momento dell’attacco;

b) evita che la mente si innervosisca;

c) il suono spaventa il nemico. La sua paura e la sorpresa tolgono protezione al suo corpo proprio quando ne avrebbe più bisogno. Tuttavia il praticante di Xin Yi non cerca di produrre un semplice suono rabbioso. Egli viene spinto a produrlo dai suoi movimenti di attacco. E’ come il rumore di una cannonata. Il cannone è progettato per sparare un proiettile, non per fare rumore. Il rumore è solo un effetto secondario.

Le sei arti del corpo dello Xinyi sono molto importanti per sviluppare il “gusto animale” e la ferocia.
Grazie ad esse il praticante attacca in modo diretto spaventoso e feroce come un pericoloso animale selvaggio.

Di queste sei qualità quella apparentemente più esoterica è il suono del tuono (per chi come me ha dei trascorsi nel karate giapponese può conoscere sotto il nome "kiai").

Per sperimentare il sesto potere si può fare quanto segue: da posizione eretta inspirare profondamente in modo da riempire sia la parte bassa dei polmoni sia la parte alta, poi chiudere l'epiglottide richiamare la pancia in dentro e in alto in modo da aumentare la pressione interna, quando ciò è stato fatto aprire l'epiglottide velocemente e rilasciare l'emissione sonora.

Di fatto queste sei qualità sono a tutti gli effetti l'anima del sistema, in quanto sono il Nei Gong specifico dello stile. Avendo queste sei qualità e non conoscendo alcuna forma si può dire di fare Xin Yi Liu He Quan, ma non viceversa, non importa il lignaggio, non importa quante volte si è visto un maestro, o si ha queste sei qualità oppure non è Xin Yi Liu He Quan.

Sammarco Francesco

 
Yi-Qi-Li (pericolosa sintetizzazione) PDF Stampa E-mail

Per chi come me bazzica (ritenermi un esperto sarebbe folle) un po' gli ambienti delle arti marziali cinesi (di matrice interna) sarà già entrato in contatto con la terminologia presente nel titolo (Yi-Qi-Li) che tradotto banalmente vorrebbe dire:

Lo Yi (intenzione) interagisce/muove il Qi (energia interna) che a sua volta interagisce/muove il Li (fisico, o forza fisica).

Effettivamente queste iterazioni sono realmente importanti e sintetizzano realmente l'espressione del gesto marziale ad altissimi livelli; è questo il problema ... parliamo di altissimi livelli. Spesso, troppo spesso sento persone che si riempiono la bocca di tale flusso procedurale, ma poi alla base muovono solo il Li e pure male, questo perchè si ha fretta di voler avere quel livello di pratica.

Partiamo da un concetto non si può "avere un livello di pratica", "si è un livello di pratica", quindi fino a quando non si riesce a "fare" (e quindi "essere capaci di") si abbia la decenza di tacere su tale argomento, figuriamoci insegnarlo.

Ogni tanto vado a qualche stage non necessariamente Nei Dan, e vedo persone che vagano volendo sentire il "Qi" di un tal Maestro o peggio ancora volendo far sentire a dei neofiti qualche qualità corporea etichettandola come "Qi".

Questi sono i mali che affliggono questo mondo marziale: vi è troppa "sega mentale" e poca pratica seria (che non significa necessariamente ammazzarsi di botte, anche se ogni tanto qualche schiaffo in un contesto non prestabilito sarebbe bene riceverselo).

Ma torniamo in tema, Yi-Qi-Li è solo una faccia di una medaglia composta anche dalla controparte Li-Qi-Yi, ovvero un rigoroso lavoro sul corpo e sulla forza (non quella dei guerrieri Jedi sia chiaro) che se effettuato correttamente influenza il Qi (cosa che non va controllata dal pensiero coscente, ma è un risultato) che a sua volta permette di interfacciarsi e allenare anche la propria intenzione (cosa che non avviene se il lavoro sul corpo è errato).

Non mi dilunghero su quale tipo di lavoro andrebbe fatto, però non si tratta solo di pratica dolce, ma anche e sopratutto di Nei Gong, condizionamento e combattimento (almeno un po' in gioventù e il più variegato possibile sarebbe meglio).

Se c'è una cosa che penso di aver intuito (non capito sia chiaro) è che i cosiddetti segreti degli stili interni sono dei punti di arrivo dal quale ci si guarda indietro. E' come scalare una montagna, quando sarò in punta guarderò verso valle, ma quando sono all'inizio o durante il tragitto il mio sguardo è diretto verso la cima.

Così possiamo capire che Yi-Qi-Li non è realmente importante, lo è molto di più Li-Qi-Yi: alla fine si tratta di pragmaticità, un metodo deve indirizzare verso un risultato e non deve allontanarci da esso (anche e soprattutto nella sua sintetizzazione volta al trasferimento delle propria esperienza).

 
Penso dunque sono...penso in base a come mi muovo PDF Stampa E-mail

Al giorno d'oggi ritengo che quasi tutti nel mondo occidentale abbiano familiarita con la locuzione di cartesiana memoria "cogito ergo sum" che letteralmente si traduce in "penso dunque sono".
Cartesio esprime la certezza indubitabile che l'uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante e su questa affermazione si potrebbero stilare interi trattati sia a favore che contro.
Meno diffuso è invece il pensiero che il movimento del nostro corpo nello spazio genera delle ripercussioni nel nostro modo di pensare, quindi di essere, ergo sul nostro modo d'agire.

Possiamo affermare che noi siamo ciò che facciamo con il nostro corpo, un esempio banale del concetto applicato all'arte marziale: se mi muovo in linea retta, in maniera dura e forzata non potrò dire che "sono come l'acqua che a tutto si adatta", perchè in realtà assomiglio ad un pezzo di bastone secco. Se si vuole essere come l'acqua, bisogna muoversi come le onde del mare, morbidi ma implacabili, agire sotto il livello dell'acqua per poi esplodere in superficie, occupare gli spazi vuoti e se trovo un'ostacolo aggirarlo. Quindi se voglio seguire la Via (Tao, Do, ecc ecc) che per sua natura richiede la coltivazione dell'equilibrio non posso concentrarmi solo sul fisico, ne solo sulla meditazione, men che meno sul gareggiare, perchè per sua definizione la coltivazione del se, che permette di percorrere la via, è coltivazione di "corpo, mente, energia", senza tralasciare nessuna variabile dell'equazione, in maniera del tutto equilibrata, perchè non c'è nulla di più affascinante dello studio della Via, che a sua volta ti trasforma e attraverso l'alchimia interna (Nei Dan) permette l'evoluzione dell'essere permettendo ai più intelligenti di raggiungere l'illuminazione.

Ovviamente il fatto stesso di pensare di percorrere la via senza alcun tipo di "prova del 9" è pura follia, che si allontana da quell'equilibrio che è sinonimo del Tao, per fare questo si necessita di mantenere il proprio equilibrio sia fisico, sia mentale, sia energetico in un contesto estremamente caotico, come lo è il combattimento.

Poniamo così il combattimento come uno strumento della pratica e non come lo scopo, questo permette di trovare una posizione privilegiata per l'arte marziale che mette a disposizione del praticante tutti gli strumenti di cui necessita, con la costante che troppo spesso si guarda in fondo al pozzo pensando di osservare la luna.

Per coloro i quali volessero approfondire meglio il legame che intercorre tra il movimento e il nostro essere consiglio di leggere "Scienza, Tao e Arte del Combattere" del M° Flavio Daniele.

Sammarco Francesco

 


Pagina 1 di 20
Slideshow by phatfusion
Design by Next Level Design Lizenztyp CC