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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica poiché viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001.

Per chi ama le Arti Marziali
Articoli

Gli articoli dei membri della Nei Dan School!



L'essenza dello Xin Yi Liu He Quan PDF Stampa E-mail

Da qualche tempo a questa parte è diventato relativamente facile procurarsi video di forme di Xin Yi Liu He Quan, e a causa di questa facilità nel reperire materiale ci si ritrova a vedere video davvero improponibili. Gente che pensa di fare Xin Yi solo perchè conosce una forma, ma se si analizzano questi video si vede la mancanza totale delle fondamenta. Si dice che in origine non ci fossero neanche i dieci animali, ma solo i sei poteri che ne costituiscono il cuore e l'essenza. Entrando nello specifico possiamo dire che le sei arti del corpo (o sei poteri) dello Xin Yi Liu He Quan quan sono:

1) L’artiglio dell’aquila
2) La vita del drago
3) La schiena dell’orso
4) Il collo della tigre
5) La zampa (gamba) del gallo (o pollo)
6) Il suono del tuono

1) “L’artiglio dell’aquila” significa che la mano è come l’artiglio di un’aquila: quando scatta non torna mai indietro vuota. Prima le mani vengono spinte in avanti in un attacco di palmo, poi le dita si chiudono ad artiglio e strappano. Queste richiede oltre un indubbio condizionamento anche un eccellente lavoro di tendini e legamenti.

2) “La vita del drago” trasforma il corpo in una molla in tensione. La parte superiore del corpo è girata da un lato, mentre la parte bassa dall’altro. Nell’attacco la molla si stende e la tecnica parte. Poi la parte superiore ed inferiore del corpo si girano nella direzione opposta e la molla viene compressa nuovamente, tesa e pronta per la tecnica successiva.
Ad un secondo livello è la comprensione e l'uso del dan tien a fini marziali, mentre ad un terzo livello di pratica diventa sede del campo del cinabro a fini di trasformazione interiore.

3) “La schiena dell’orso” implica che la schiena venga curvata come un arco e le braccia scagliate in avanti come frecce. Inoltre ad un livello più profondo implica l'uso dello zhong ding per sviluppare la forza alto-basso.

4) “Il collo della tigre” significa che il collo deve sempre essere rivolto verso il nemico, come il collo di una tigre deve sempre essere rivolto verso ciò che sta cacciando. Unito alla seconda qualità rende viva e marziale la terza qualità.

5) “La zampa (gamba) del gallo” è un concetto importante nello Xin Yi per varie ragioni. Per prima cosa i galli (o polli) non cadono mai: anche se hanno solo due zampe (al contrario dei quadrupedi) sono estremamente stabili. Inoltre quando un gallo cammina tutta la sua zampa si sposta dietro l’altra. Se un uomo cammina con questa andatura il cinto pelvico si sposta di lato e la zona esposta dei genitali è minore. Inoltre in questo modo la gamba posteriore viene nascosta da quella anteriore: quando il nemico si accorge che la gamba di dietro sta calciando è ormai troppo tardi per difendersi. Un’altra ragione per camminare come un gallo è che esso non indietreggia mai, anche nello Xinyi c’è la regola di avanzare ed attaccare sempre. Per attaccare qualcuno che gli sta alle spalle il praticante di Xinyi si volta per poter continuare a muoversi in avanti. Inoltre avere gambe forti è indubbiamente vantaggioso sia per l'aspetto marziale sia a scopo salutistico, in quanto l'uomo inizia ad invecchiare dalle gambe, mantenendole in salute si gioca in contropiede rispetto i primi acciacchi della vecchiaia.

6) “Il suono del tuono”, l’ultima arte del corpo, è il suono feroce che si porta quando si applica una tecnica. Esso ha tre funzioni principali:

a) facilita l’emissione dell’energia al momento dell’attacco;

b) evita che la mente si innervosisca;

c) il suono spaventa il nemico. La sua paura e la sorpresa tolgono protezione al suo corpo proprio quando ne avrebbe più bisogno. Tuttavia il praticante di Xin Yi non cerca di produrre un semplice suono rabbioso. Egli viene spinto a produrlo dai suoi movimenti di attacco. E’ come il rumore di una cannonata. Il cannone è progettato per sparare un proiettile, non per fare rumore. Il rumore è solo un effetto secondario.

Le sei arti del corpo dello Xinyi sono molto importanti per sviluppare il “gusto animale” e la ferocia.
Grazie ad esse il praticante attacca in modo diretto spaventoso e feroce come un pericoloso animale selvaggio.

Di queste sei qualità quella apparentemente più esoterica è il suono del tuono (per chi come me ha dei trascorsi nel karate giapponese può conoscere sotto il nome "kiai").

Per sperimentare il sesto potere si può fare quanto segue: da posizione eretta inspirare profondamente in modo da riempire sia la parte bassa dei polmoni sia la parte alta, poi chiudere l'epiglottide richiamare la pancia in dentro e in alto in modo da aumentare la pressione interna, quando ciò è stato fatto aprire l'epiglottide velocemente e rilasciare l'emissione sonora.

Di fatto queste sei qualità sono a tutti gli effetti l'anima del sistema, in quanto sono il Nei Gong specifico dello stile. Avendo queste sei qualità e non conoscendo alcuna forma si può dire di fare Xin Yi Liu He Quan, ma non viceversa, non importa il lignaggio, non importa quante volte si è visto un maestro, o si ha queste sei qualità oppure non è Xin Yi Liu He Quan.

Sammarco Francesco

 
Yi-Qi-Li (pericolosa sintetizzazione) PDF Stampa E-mail

Per chi come me bazzica (ritenermi un esperto sarebbe folle) un po' gli ambienti delle arti marziali cinesi (di matrice interna) sarà già entrato in contatto con la terminologia presente nel titolo (Yi-Qi-Li) che tradotto banalmente vorrebbe dire:

Lo Yi (intenzione) interagisce/muove il Qi (energia interna) che a sua volta interagisce/muove il Li (fisico, o forza fisica).

Effettivamente queste iterazioni sono realmente importanti e sintetizzano realmente l'espressione del gesto marziale ad altissimi livelli; è questo il problema ... parliamo di altissimi livelli. Spesso, troppo spesso sento persone che si riempiono la bocca di tale flusso procedurale, ma poi alla base muovono solo il Li e pure male, questo perchè si ha fretta di voler avere quel livello di pratica.

Partiamo da un concetto non si può "avere un livello di pratica", "si è un livello di pratica", quindi fino a quando non si riesce a "fare" (e quindi "essere capaci di") si abbia la decenza di tacere su tale argomento, figuriamoci insegnarlo.

Ogni tanto vado a qualche stage non necessariamente Nei Dan, e vedo persone che vagano volendo sentire il "Qi" di un tal Maestro o peggio ancora volendo far sentire a dei neofiti qualche qualità corporea etichettandola come "Qi".

Questi sono i mali che affliggono questo mondo marziale: vi è troppa "sega mentale" e poca pratica seria (che non significa necessariamente ammazzarsi di botte, anche se ogni tanto qualche schiaffo in un contesto non prestabilito sarebbe bene riceverselo).

Ma torniamo in tema, Yi-Qi-Li è solo una faccia di una medaglia composta anche dalla controparte Li-Qi-Yi, ovvero un rigoroso lavoro sul corpo e sulla forza (non quella dei guerrieri Jedi sia chiaro) che se effettuato correttamente influenza il Qi (cosa che non va controllata dal pensiero coscente, ma è un risultato) che a sua volta permette di interfacciarsi e allenare anche la propria intenzione (cosa che non avviene se il lavoro sul corpo è errato).

Non mi dilunghero su quale tipo di lavoro andrebbe fatto, però non si tratta solo di pratica dolce, ma anche e sopratutto di Nei Gong, condizionamento e combattimento (almeno un po' in gioventù e il più variegato possibile sarebbe meglio).

Se c'è una cosa che penso di aver intuito (non capito sia chiaro) è che i cosiddetti segreti degli stili interni sono dei punti di arrivo dal quale ci si guarda indietro. E' come scalare una montagna, quando sarò in punta guarderò verso valle, ma quando sono all'inizio o durante il tragitto il mio sguardo è diretto verso la cima.

Così possiamo capire che Yi-Qi-Li non è realmente importante, lo è molto di più Li-Qi-Yi: alla fine si tratta di pragmaticità, un metodo deve indirizzare verso un risultato e non deve allontanarci da esso (anche e soprattutto nella sua sintetizzazione volta al trasferimento delle propria esperienza).

 
Penso dunque sono...penso in base a come mi muovo PDF Stampa E-mail

Al giorno d'oggi ritengo che quasi tutti nel mondo occidentale abbiano familiarita con la locuzione di cartesiana memoria "cogito ergo sum" che letteralmente si traduce in "penso dunque sono".
Cartesio esprime la certezza indubitabile che l'uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante e su questa affermazione si potrebbero stilare interi trattati sia a favore che contro.
Meno diffuso è invece il pensiero che il movimento del nostro corpo nello spazio genera delle ripercussioni nel nostro modo di pensare, quindi di essere, ergo sul nostro modo d'agire.

Possiamo affermare che noi siamo ciò che facciamo con il nostro corpo, un esempio banale del concetto applicato all'arte marziale: se mi muovo in linea retta, in maniera dura e forzata non potrò dire che "sono come l'acqua che a tutto si adatta", perchè in realtà assomiglio ad un pezzo di bastone secco. Se si vuole essere come l'acqua, bisogna muoversi come le onde del mare, morbidi ma implacabili, agire sotto il livello dell'acqua per poi esplodere in superficie, occupare gli spazi vuoti e se trovo un'ostacolo aggirarlo. Quindi se voglio seguire la Via (Tao, Do, ecc ecc) che per sua natura richiede la coltivazione dell'equilibrio non posso concentrarmi solo sul fisico, ne solo sulla meditazione, men che meno sul gareggiare, perchè per sua definizione la coltivazione del se, che permette di percorrere la via, è coltivazione di "corpo, mente, energia", senza tralasciare nessuna variabile dell'equazione, in maniera del tutto equilibrata, perchè non c'è nulla di più affascinante dello studio della Via, che a sua volta ti trasforma e attraverso l'alchimia interna (Nei Dan) permette l'evoluzione dell'essere permettendo ai più intelligenti di raggiungere l'illuminazione.

Ovviamente il fatto stesso di pensare di percorrere la via senza alcun tipo di "prova del 9" è pura follia, che si allontana da quell'equilibrio che è sinonimo del Tao, per fare questo si necessita di mantenere il proprio equilibrio sia fisico, sia mentale, sia energetico in un contesto estremamente caotico, come lo è il combattimento.

Poniamo così il combattimento come uno strumento della pratica e non come lo scopo, questo permette di trovare una posizione privilegiata per l'arte marziale che mette a disposizione del praticante tutti gli strumenti di cui necessita, con la costante che troppo spesso si guarda in fondo al pozzo pensando di osservare la luna.

Per coloro i quali volessero approfondire meglio il legame che intercorre tra il movimento e il nostro essere consiglio di leggere "Scienza, Tao e Arte del Combattere" del M° Flavio Daniele.

Sammarco Francesco

 
Tecniche e molteplici applicazioni (forse) PDF Stampa E-mail

Chiunque sia andato, anche per breve tempo, ad un corso di arti marziali tradizionali (sia che si chiami karate o taiji quan o aikido o judo o shuai jiao) avrà sentito la frase "questa tecnica ha mille applicazioni diverse". Questo accade più spesso di quanto si creda, direi che è all'ordine del giorno, e non ci sarebbe nulla di male se poi alle parole seguissero i fatti.
Purtroppo non è così, per anni si vedono sempre le stesse applicazioni, ad uno qualsiasi dei gesti dei vari repertori marziali. I motivi di questa situazione sono molteplici, ma quello principale è che "si studiano le applicazioni" purtroppo le tecniche "non si applicano", non hanno applicazioni, ma bensi sono degli esercizi per imparare "ad ascoltare la forza altrui" e "ad aderire alla forza altrui", quando al minimo contatto si riesce ad ascoltare e ad aderire al nemico/i allora ogni gesto prende vita e trova da se l'applicazione giusta nel momento giusto. Quindi si necessita di invertire la tendenza, cambiare la direzione, smettere di voler imparare un numero spropositato di applicazioni per imparare a lasciar nascere l'applicazione. Certo si devono dare degli spunti, far vedere delle possibilità, come agire in funzione dell'altro, però se si vuole andare oltre bisogna smettere di agire per reagire. Smettere di voler applicare per saper ascoltare.
Allora forse smetteremo di vedere applicazioni su improbabili pugni tesi e lasciati li in balia dell'altro. Smetteremo di vedere gente che si allena in maniera "tradizionale" per poi quando fa combattimento saltellare e tirare sempre i soliti 2 colpi imitando malamente chi fa sport da combattimento (loro si che mediamente li sanno tirare i colpi). Infatti quando si combatte si tende a voler fare la cosa più semplice, la più immediata, a riprova che le tecniche elaborate non nascono in funzione del combattimento, ma che servono ad altro. Smettere di allenarsi per sudare ed accendere il cervello, è l'unica via perchè ripetere un gesto 1000,10000,100000 volte è l'unico modo per ripetere lo stesso errore un infinità di volte. Meglio poche ma fatte bene!

Francesco Sammarco

 
CAPIRE, FARE, ESSERE PDF Stampa E-mail

Capire, fare, essere possono definirsi tre step o livelli che si susseguono l’un l’altro in maniera naturale all’interno del sistema uomo. Tre livelli, che infatti, si riferiscono non alla pratica in sé, ma bensì all’evoluzione del praticante stesso nella sua totalità, attraverso la pratica.
Inizialmente, nella fase di primo approccio, è fondamentale capire che cosa si deve fare, come lo si deve eseguire e il perché lo si fa; è il primo livello, il livello del capire, ovvero il primo step in cui il corpo si attiva e la mente elabora concetti e crea una mappa mentale su cui iniziare a tracciare il proprio percorso, qui si crea il ponte tra la parte prettamente fisica ( muscolo-scheletrica ) e la parte mentale razionale (     neocorteccia, pensiero logico ).
Al secondo livello si entra nella dimensione del fare, ovvero, nel momento in cui si è, cognitivamente capito e si è fisicamente elaborato, allora si entra nella pratica, si prende confidenza e si plasma l’esperienza, il corpo attivato inizia a lavorare, la mente è all’interno e viene a crearsi la connessione tra la componente più interna della parte fisica ( muscolatura profonda, muscolatura superficiale, legamenti, tendini, articolazioni, ossa ) e quella dell’intenzione ( concentrazione voluta, attenta e prolungata ). La mente entra lì dove la si vuole portare, in maniera attiva, precisa, affinando la percezione di sé e si impara a conoscersi, comprendersi, avviando un cammino autodidattico.
Successivamente, con il tempo e soprattutto con l’esperienza, la pratica muta, evolve, si trasforma e via via, o step by step, si raggiunge il livello più raffinato, più profondo; il livello dell’essere.
Qui la mente si scioglie nel corpo, si crea la connessione tra la parte neuro-recettivo-motoria ( mutamenti a livello interno, percezioni, sensazioni, respiro, organi interni, circolazione sanguigna ) e la parte creativa della mente ( un vuoto funzionale alla creazione ).
Adesso che si è conosciuta, o meglio, ri-conosciuta e ha imparato a comprendersi si aprono le porte al cammino esperienziale, si aprono le porte dell’arte.
Questi tre livelli, essendo livelli del praticante e non dell’arte in se, non sono da considerarsi specifici in una data disciplina, ma da estendersi a qualunque azione quotidiana si compia, avvicinandosi sempre di più alla consapevolezza o come dice il M° Flavio Daniele “ Quando si è non c’è bisogno di pensare per esserci “.


Luca Barra

 


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