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Disclaimer:

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica poiché viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001.

Per chi ama le Arti Marziali
Articoli

Gli articoli dei membri della Nei Dan School!



CAPIRE, FARE, ESSERE PDF Stampa E-mail

Capire, fare, essere possono definirsi tre step o livelli che si susseguono l’un l’altro in maniera naturale all’interno del sistema uomo. Tre livelli, che infatti, si riferiscono non alla pratica in sé, ma bensì all’evoluzione del praticante stesso nella sua totalità, attraverso la pratica.
Inizialmente, nella fase di primo approccio, è fondamentale capire che cosa si deve fare, come lo si deve eseguire e il perché lo si fa; è il primo livello, il livello del capire, ovvero il primo step in cui il corpo si attiva e la mente elabora concetti e crea una mappa mentale su cui iniziare a tracciare il proprio percorso, qui si crea il ponte tra la parte prettamente fisica ( muscolo-scheletrica ) e la parte mentale razionale (     neocorteccia, pensiero logico ).
Al secondo livello si entra nella dimensione del fare, ovvero, nel momento in cui si è, cognitivamente capito e si è fisicamente elaborato, allora si entra nella pratica, si prende confidenza e si plasma l’esperienza, il corpo attivato inizia a lavorare, la mente è all’interno e viene a crearsi la connessione tra la componente più interna della parte fisica ( muscolatura profonda, muscolatura superficiale, legamenti, tendini, articolazioni, ossa ) e quella dell’intenzione ( concentrazione voluta, attenta e prolungata ). La mente entra lì dove la si vuole portare, in maniera attiva, precisa, affinando la percezione di sé e si impara a conoscersi, comprendersi, avviando un cammino autodidattico.
Successivamente, con il tempo e soprattutto con l’esperienza, la pratica muta, evolve, si trasforma e via via, o step by step, si raggiunge il livello più raffinato, più profondo; il livello dell’essere.
Qui la mente si scioglie nel corpo, si crea la connessione tra la parte neuro-recettivo-motoria ( mutamenti a livello interno, percezioni, sensazioni, respiro, organi interni, circolazione sanguigna ) e la parte creativa della mente ( un vuoto funzionale alla creazione ).
Adesso che si è conosciuta, o meglio, ri-conosciuta e ha imparato a comprendersi si aprono le porte al cammino esperienziale, si aprono le porte dell’arte.
Questi tre livelli, essendo livelli del praticante e non dell’arte in se, non sono da considerarsi specifici in una data disciplina, ma da estendersi a qualunque azione quotidiana si compia, avvicinandosi sempre di più alla consapevolezza o come dice il M° Flavio Daniele “ Quando si è non c’è bisogno di pensare per esserci “.


Luca Barra

 
L’aspetto salutistico nella pratica PDF Stampa E-mail

L’aspetto salutistico nella pratica

Alle arti marziali e più comunemente alle discipline definite olistiche, ovvero quelle che mirano alla coltivazione della persona in tutti i suoi aspetti, vengono attribuite proprietà terapeutiche e benefiche che giovano in particolare sulle persone più anziane, su chi risente di contratture di tipo muscolo-articolare, per coloro che sono alla ricerca nel migliorare il proprio stato psicofisico e persino su determinate patologie di vario genere ed entità.

Tutto questo è assolutamente corretto ed inconfutabile, infatti numerose ricerche scientifiche e studi a livello universitario nazionale ed internazionale hanno confermato che i riscontri non sono soltanto positivi su persone che, come si pensa mediamente, praticano fin dall’età infantile, ma altrettanti validi risultati sono stati ottenuti da praticanti che hanno iniziato il loro cammino esperienziale, a riguardo, in età più avanzata.

Come è possibile però che nonostante l’avanzare dell’età si possa ancora migliorare sia sul piano fisico, ricreando un corpo sciolto e morbido, sia sul piano emotivo, eliminando condizioni dannose dal punto di vista del benessere quotidiano (come bruciori di stomaco da nervosismi, stress, insofferenza) che, oltretutto, danneggiano gli organi interni: fantascienza da film o reale possibilità?

La risposta sta nell’approccio che ognuno ha alla pratica, qualunque essa sia, che si chiami Taiji, Xin Yi, Yoga, Meditazione, Karate, Judo, Aikido, se il corpo all’interno della propria disciplina si allena nel modo giusto, la mente non fa più del necessario (tipico vagheggiare caotico), le emozioni non giocano brutti scherzi, allora si potranno capire ed apprezzare i numerosi benefici che tali discipline offrono.

Cuore pulsante di tutto ciò è il Nei Gong, lavoro interno, con il quale si prende coscienza del proprio corpo attraverso le diverse parti strutturali, di come agiscono nello spazio e degli effetti che il movimento ha sull’aspetto fisico, mentale ed emotivo e di come questi si influenzino vicendevolmente. Quindi al cambiare delle discipline varieranno tecniche, strategie (di attacco e di difesa nel caso di arti marziali), posizioni, forme, ma i principi del proprio corpo e di se stessi rimarranno immutati, solo senza andare contro le leggi della fisica si potrà lavorare su articolazioni, sulla circolazione sanguigna e sulla corretta sinergia muscolare, senza rovinarsi le giunture, “rinsecchire” i muscoli e rovinare il proprio assetto posturale con gravi e dolorose conseguenze anche a livello psicoemotivo.

Non basta semplicemente allenarsi, ma è importante porre attenzione sul come allenarsi, che cosa allenare e a cosa servono determinati allenamenti (per capire quale è più consono a ciò che vogliamo esercitare), soltanto eseguire tecniche o fare forme senza che vengano supportate da dei solidi principi è dispersivo e completamente inutile!

Grazie al Nei Gong tali principi possono essere sviluppati e fatti propri, trovando notevoli sbocchi pratici ottenendo, come conseguenza ad una pratica corretta, l’aspetto salutistico e non muoversi approssimativamente e sperare in benefici provenienti da chissà quali fonti.

Luca Barra

 
Unità PDF Stampa E-mail

Tratto da "Concetti fondamentali per le applicazioni marziali" di Chen Changxing (1771-1853) rappresentante della quattordicesima generazione della famiglia Chen di Chenjiagou, nonchè Maestro del leggendario Yang Lu Chan

"

Secondo le formule importanti:

per avanzare è necessario muovere il corpo tutto insieme, una volta compreso questo principio chiave si diventa abili come spiriti divini. Sin dall'antichità esistevano le tecniche note come schivare - avanzare - colpire - proteggere: che cosa significa schivare e cosa avanzare? Schivare è avanzare e avanzare è schivare, non c'è bisogno di cercare lontano. Che cos'è colpire e cosa proteggere? Proteggere è colpire, colpire è proteggere, sono solo movimenti delle mani.

"

Innanzi tutto il Maestro Chen fa una premessa importantissima, prima di affrontare quest'argomento bisogna essere un unità

"per avanzare è necessario muovere il corpo tutto insieme, una volta compreso questo principio chiave si diventa abili come spiriti divini"

e per affrontare questo argomento (almeno per quanto riguarda l'unità fisica, anche se ci sono le premesse per l'unità energetica e mentale) allego una mia video-lezione (se non vedete il video sotto andate al link http://www.youtube.com/watch?v=T979tnZ_Tik)

Compreso ed imparato come diventare un unità bisogna sapere come muoverla quest'unita, per prima cosa bisogna capire che schivare ed avanzare sono intimamente collegati, perchè nel combattimento solo avanzare è un suicidio, si avanza in relazione ad un'altra/e persona e possibilmente schivando un suo attacco in modo tale da reagire ad una sua azione. Infatti il Maestro Chen specifica

"Schivare è avanzare e avanzare è schivare, non c'è bisogno di cercare lontano"

Poi aggiunge il concetto di colpire e proteggere che come prima sono le due facce della stessa medaglia, infatti questo rispecchia il concetto di yin/yang che vuole gli estremi in continuo mutamento, infatti quando paro devo essere in grado di danneggiare, altrimenti sono solo passivo e quando colpisco devo anche badare a proteggermi, ma non solo, una parata può e deve essere contemporaneamente un colpo, ed un colpo deve togliere la voglia all'attaccante di riattaccare nuovamente (possibilmente deve togliergli anche i sensi, in maniera estrema la vita).

Concetti semplici ma molto efficaci, quando c'è questo allora il lavoro interno diventa un arma in più nell'arsenale del marzialista, altrimenti rimane lavoro interno impossibile da portare in combattimento, perchè come tutte le cose, ha una sua logica nella giusta strategia.

 

 
FIDARSI DEL METODO PDF Stampa E-mail

Mi capita sempre più sovente di assistere a pratiche inconciliabili tra loro, mi spiego meglio, il 95% dei praticanti di Arti Marziali Tradizionali che ho conosciuto si allenano (più o meno bene dipende dal singolo caso) secondo alcuni canoni ma poi successivamente adottano strategie di movimento e combattimento completamente agli antipodi rispetto a tutto il resto del lavoro svolto. Faccio un esempio prendendo in considerazione il karate (è solo un esempio, io amo il karate come amo altre Arti Marziali, semmai sono contro alcuni praticanti ma non contro le Arti stesse, tutte bellissime e funzionali), molti si allenano facendo vasche di fondamentali tipici dello stile, ci si sfianca con ore di kata e poi quando ci si trova a praticare in due (o più) ci si dimentica dei precetti fondamentali, le regole che giustificano i gesti presi in considerazione dal metodo stesso, e nel caso del nostro esempio, tale regola si riassume con "karate ni sente nachi" ovvero "il karate non attacca mai per primo", infatti ci si ritrova a vedere gente che segue la regola tipica di altri stili "l'attacco è la miglior difesa". Questo svilisce tutto il lavoro fatto prima, perchè solo se si ha la freddezza di attendere e reagire all'azione dell'avversario è possibile cogliere appieno il significato del lavoro svolto e far si che se "braccia e gambe come spade" sono state allenate allora "un colpo può potenzialmente uccidere una persona". Invece spesso vedo gente che fa fondamentali e poi adotta strategie degli sport da combattimento (nulla contro gli sport da combattimento che rispetto enormemente, almeno loro non si raccontano bugie), questo vanifica tutto il lavoro svolto in allenamento. Nessuno dice che sia facile realizzare quanto sopra esposto, ma almeno provarci renderebbe sicuramente più gradevole e sincera la pratica, cosa che la renderebbe anche più affascinante. Ripero l'esempio è stato fatto con i praticanti di karate, ma la stessa cosa vale per tai chi quan, aikido, judo, e tutte le Arti Marziali Tradizionali rivolte al grande pubblico. Quello che dico è, se avete scelto un metodo, allora seguitelo fino in fondo, altrimenti ci si complica la vita. Quindi fidatevi del metodo Marziale Tradizionale se avete scelto quello, altrimenti rischiate di raccontare solo bugie a voi stessi.

 
Tao, Do, Via...chiamatela come vi pare ma lasciate fare PDF Stampa E-mail

La Via delle Arti Marziali è la realizzazione interiore di se stessi attraverso l'arte marziale, infatti per seguire la Via non basta la pratica marziale, ci vuole l'Arte Marziale. Quindi per prima cosa è necessaria l'espressione artistica della propria natura che permette la coltivazione interiore.
Detto questo vorrei far notare che quasi mai l'espressione artistica in qualsivoglia sua forma nasce dall'ordine, ma bensi dal caos. E' il caos a portare l'ordine successivamente, lo yin che muta nello yang.
Quindi non è la divisa pulita o la disposizione ordinata delle ciabatte prima di salire sul tatami che ci rende degli artisti marziali, bensi l'espressione naturale di noi stessi attraverso i nostri gesti (anche marziali). Infatti culture differenti con connotazioni storiche e sociali diverse portano ad espressioni diverse dell'arte, ma sempre di arte si tratta. Esempio banalissimo, i giapponesi sono per loro natura (storica, sociale) molto legati alle formalità, ai riti e alle cerimonie forse molto più di ogni altro popolo su cui io mi sia informato, mentre non è così per il popolo cinese, una via di mezzo sono gli abitanti di Okinawa. Quindi è naturale per un praticante giapponese dare peso e rilevanza ai dettagli formali come la disposizione delle ciabatte o la divisa uguale a tutto il gruppo. Questo non è vero per i cinesi che per loro natura sono apparentemente più caotici, meno omogenei e forse più simili alla natura occidentale (specialmente dell'italiano medio). In entrambi i casi la pratica marziale rispetta la naturalità del praticante permettendogli di aprirsi la strada alla Via. Quindi mi piange il cuore quando vedo praticanti italiani imitare la rigidità e i formalismi giapponesi o l'apparente noncuranza dei cinesi, siamo italiani, il popolo del bel paese, estremamente pratici nell'essenzialità, capaci di perdersi facilmente nei meandri dei rituali di qualsiasi natura essi siano. Io personalmente sono disordinato e caotico nel mio vivere e allontanarmi dai formalismi mi ha permesso di dedicarmi all'essenza della pratica marziale rendendomi felice. Perchè è sostanzialmente questo lo scopo della pratica: essere felici.
Questo è il mio appello alla comunità marziale, siate voi stessi, esprimete voi stessi non cercate di essere quello che non siete attraverso l'imitazione formale degli altri, rendete il gesto vivo in quanto è un gesto che rappresenta voi, il vostro modo di vivere, di essere. Forse così avremo nei prossimi anni un praticante medio di più alto livello e che non passa il tempo a farsi le "seghe mentali" per capire se il suo pugno funziona, semplicemente perchè funzionerà e la pratica lo completerà permettendogli di trasformarla in Via.

 


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