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Per chi ama le Arti Marziali
Articoli
Penso dunque sono...penso in base a come mi muovo PDF  | Stampa |

Al giorno d'oggi ritengo che quasi tutti nel mondo occidentale abbiano familiarita con la locuzione di cartesiana memoria "cogito ergo sum" che letteralmente si traduce in "penso dunque sono".
Cartesio esprime la certezza indubitabile che l'uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante e su questa affermazione si potrebbero stilare interi trattati sia a favore che contro.
Meno diffuso è invece il pensiero che il movimento del nostro corpo nello spazio genera delle ripercussioni nel nostro modo di pensare, quindi di essere, ergo sul nostro modo d'agire.

Possiamo affermare che noi siamo ciò che facciamo con il nostro corpo, un esempio banale del concetto applicato all'arte marziale: se mi muovo in linea retta, in maniera dura e forzata non potrò dire che "sono come l'acqua che a tutto si adatta", perchè in realtà assomiglio ad un pezzo di bastone secco. Se si vuole essere come l'acqua, bisogna muoversi come le onde del mare, morbidi ma implacabili, agire sotto il livello dell'acqua per poi esplodere in superficie, occupare gli spazi vuoti e se trovo un'ostacolo aggirarlo. Quindi se voglio seguire la Via (Tao, Do, ecc ecc) che per sua natura richiede la coltivazione dell'equilibrio non posso concentrarmi solo sul fisico, ne solo sulla meditazione, men che meno sul gareggiare, perchè per sua definizione la coltivazione del se, che permette di percorrere la via, è coltivazione di "corpo, mente, energia", senza tralasciare nessuna variabile dell'equazione, in maniera del tutto equilibrata, perchè non c'è nulla di più affascinante dello studio della Via, che a sua volta ti trasforma e attraverso l'alchimia interna (Nei Dan) permette l'evoluzione dell'essere permettendo ai più intelligenti di raggiungere l'illuminazione.

Ovviamente il fatto stesso di pensare di percorrere la via senza alcun tipo di "prova del 9" è pura follia, che si allontana da quell'equilibrio che è sinonimo del Tao, per fare questo si necessita di mantenere il proprio equilibrio sia fisico, sia mentale, sia energetico in un contesto estremamente caotico, come lo è il combattimento.

Poniamo così il combattimento come uno strumento della pratica e non come lo scopo, questo permette di trovare una posizione privilegiata per l'arte marziale che mette a disposizione del praticante tutti gli strumenti di cui necessita, con la costante che troppo spesso si guarda in fondo al pozzo pensando di osservare la luna.

Per coloro i quali volessero approfondire meglio il legame che intercorre tra il movimento e il nostro essere consiglio di leggere "Scienza, Tao e Arte del Combattere" del M° Flavio Daniele.

Sammarco Francesco

 
Tecniche e molteplici applicazioni (forse) PDF  | Stampa |

Chiunque sia andato, anche per breve tempo, ad un corso di arti marziali tradizionali (sia che si chiami karate o taiji quan o aikido o judo o shuai jiao) avrà sentito la frase "questa tecnica ha mille applicazioni diverse". Questo accade più spesso di quanto si creda, direi che è all'ordine del giorno, e non ci sarebbe nulla di male se poi alle parole seguissero i fatti.
Purtroppo non è così, per anni si vedono sempre le stesse applicazioni, ad uno qualsiasi dei gesti dei vari repertori marziali. I motivi di questa situazione sono molteplici, ma quello principale è che "si studiano le applicazioni" purtroppo le tecniche "non si applicano", non hanno applicazioni, ma bensi sono degli esercizi per imparare "ad ascoltare la forza altrui" e "ad aderire alla forza altrui", quando al minimo contatto si riesce ad ascoltare e ad aderire al nemico/i allora ogni gesto prende vita e trova da se l'applicazione giusta nel momento giusto. Quindi si necessita di invertire la tendenza, cambiare la direzione, smettere di voler imparare un numero spropositato di applicazioni per imparare a lasciar nascere l'applicazione. Certo si devono dare degli spunti, far vedere delle possibilità, come agire in funzione dell'altro, però se si vuole andare oltre bisogna smettere di agire per reagire. Smettere di voler applicare per saper ascoltare.
Allora forse smetteremo di vedere applicazioni su improbabili pugni tesi e lasciati li in balia dell'altro. Smetteremo di vedere gente che si allena in maniera "tradizionale" per poi quando fa combattimento saltellare e tirare sempre i soliti 2 colpi imitando malamente chi fa sport da combattimento (loro si che mediamente li sanno tirare i colpi). Infatti quando si combatte si tende a voler fare la cosa più semplice, la più immediata, a riprova che le tecniche elaborate non nascono in funzione del combattimento, ma che servono ad altro. Smettere di allenarsi per sudare ed accendere il cervello, è l'unica via perchè ripetere un gesto 1000,10000,100000 volte è l'unico modo per ripetere lo stesso errore un infinità di volte. Meglio poche ma fatte bene!

Francesco Sammarco

 


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