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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica poiché viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001.

Per chi ama le Arti Marziali
Articoli

Gli articoli dei membri della Nei Dan School!



Yi-Qi-Li (pericolosa sintetizzazione) PDF Stampa E-mail

Per chi come me bazzica (ritenermi un esperto sarebbe folle) un po' gli ambienti delle arti marziali cinesi (di matrice interna) sarà già entrato in contatto con la terminologia presente nel titolo (Yi-Qi-Li) che tradotto banalmente vorrebbe dire:

Lo Yi (intenzione) interagisce/muove il Qi (energia interna) che a sua volta interagisce/muove il Li (fisico, o forza fisica).

Effettivamente queste iterazioni sono realmente importanti e sintetizzano realmente l'espressione del gesto marziale ad altissimi livelli; è questo il problema ... parliamo di altissimi livelli. Spesso, troppo spesso sento persone che si riempiono la bocca di tale flusso procedurale, ma poi alla base muovono solo il Li e pure male, questo perchè si ha fretta di voler avere quel livello di pratica.

Partiamo da un concetto non si può "avere un livello di pratica", "si è un livello di pratica", quindi fino a quando non si riesce a "fare" (e quindi "essere capaci di") si abbia la decenza di tacere su tale argomento, figuriamoci insegnarlo.

Ogni tanto vado a qualche stage non necessariamente Nei Dan, e vedo persone che vagano volendo sentire il "Qi" di un tal Maestro o peggio ancora volendo far sentire a dei neofiti qualche qualità corporea etichettandola come "Qi".

Questi sono i mali che affliggono questo mondo marziale: vi è troppa "sega mentale" e poca pratica seria (che non significa necessariamente ammazzarsi di botte, anche se ogni tanto qualche schiaffo in un contesto non prestabilito sarebbe bene riceverselo).

Ma torniamo in tema, Yi-Qi-Li è solo una faccia di una medaglia composta anche dalla controparte Li-Qi-Yi, ovvero un rigoroso lavoro sul corpo e sulla forza (non quella dei guerrieri Jedi sia chiaro) che se effettuato correttamente influenza il Qi (cosa che non va controllata dal pensiero coscente, ma è un risultato) che a sua volta permette di interfacciarsi e allenare anche la propria intenzione (cosa che non avviene se il lavoro sul corpo è errato).

Non mi dilunghero su quale tipo di lavoro andrebbe fatto, però non si tratta solo di pratica dolce, ma anche e sopratutto di Nei Gong, condizionamento e combattimento (almeno un po' in gioventù e il più variegato possibile sarebbe meglio).

Se c'è una cosa che penso di aver intuito (non capito sia chiaro) è che i cosiddetti segreti degli stili interni sono dei punti di arrivo dal quale ci si guarda indietro. E' come scalare una montagna, quando sarò in punta guarderò verso valle, ma quando sono all'inizio o durante il tragitto il mio sguardo è diretto verso la cima.

Così possiamo capire che Yi-Qi-Li non è realmente importante, lo è molto di più Li-Qi-Yi: alla fine si tratta di pragmaticità, un metodo deve indirizzare verso un risultato e non deve allontanarci da esso (anche e soprattutto nella sua sintetizzazione volta al trasferimento delle propria esperienza).

 
Penso dunque sono...penso in base a come mi muovo PDF Stampa E-mail

Al giorno d'oggi ritengo che quasi tutti nel mondo occidentale abbiano familiarita con la locuzione di cartesiana memoria "cogito ergo sum" che letteralmente si traduce in "penso dunque sono".
Cartesio esprime la certezza indubitabile che l'uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante e su questa affermazione si potrebbero stilare interi trattati sia a favore che contro.
Meno diffuso è invece il pensiero che il movimento del nostro corpo nello spazio genera delle ripercussioni nel nostro modo di pensare, quindi di essere, ergo sul nostro modo d'agire.

Possiamo affermare che noi siamo ciò che facciamo con il nostro corpo, un esempio banale del concetto applicato all'arte marziale: se mi muovo in linea retta, in maniera dura e forzata non potrò dire che "sono come l'acqua che a tutto si adatta", perchè in realtà assomiglio ad un pezzo di bastone secco. Se si vuole essere come l'acqua, bisogna muoversi come le onde del mare, morbidi ma implacabili, agire sotto il livello dell'acqua per poi esplodere in superficie, occupare gli spazi vuoti e se trovo un'ostacolo aggirarlo. Quindi se voglio seguire la Via (Tao, Do, ecc ecc) che per sua natura richiede la coltivazione dell'equilibrio non posso concentrarmi solo sul fisico, ne solo sulla meditazione, men che meno sul gareggiare, perchè per sua definizione la coltivazione del se, che permette di percorrere la via, è coltivazione di "corpo, mente, energia", senza tralasciare nessuna variabile dell'equazione, in maniera del tutto equilibrata, perchè non c'è nulla di più affascinante dello studio della Via, che a sua volta ti trasforma e attraverso l'alchimia interna (Nei Dan) permette l'evoluzione dell'essere permettendo ai più intelligenti di raggiungere l'illuminazione.

Ovviamente il fatto stesso di pensare di percorrere la via senza alcun tipo di "prova del 9" è pura follia, che si allontana da quell'equilibrio che è sinonimo del Tao, per fare questo si necessita di mantenere il proprio equilibrio sia fisico, sia mentale, sia energetico in un contesto estremamente caotico, come lo è il combattimento.

Poniamo così il combattimento come uno strumento della pratica e non come lo scopo, questo permette di trovare una posizione privilegiata per l'arte marziale che mette a disposizione del praticante tutti gli strumenti di cui necessita, con la costante che troppo spesso si guarda in fondo al pozzo pensando di osservare la luna.

Per coloro i quali volessero approfondire meglio il legame che intercorre tra il movimento e il nostro essere consiglio di leggere "Scienza, Tao e Arte del Combattere" del M° Flavio Daniele.

Sammarco Francesco

 
Tecniche e molteplici applicazioni (forse) PDF Stampa E-mail

Chiunque sia andato, anche per breve tempo, ad un corso di arti marziali tradizionali (sia che si chiami karate o taiji quan o aikido o judo o shuai jiao) avrà sentito la frase "questa tecnica ha mille applicazioni diverse". Questo accade più spesso di quanto si creda, direi che è all'ordine del giorno, e non ci sarebbe nulla di male se poi alle parole seguissero i fatti.
Purtroppo non è così, per anni si vedono sempre le stesse applicazioni, ad uno qualsiasi dei gesti dei vari repertori marziali. I motivi di questa situazione sono molteplici, ma quello principale è che "si studiano le applicazioni" purtroppo le tecniche "non si applicano", non hanno applicazioni, ma bensi sono degli esercizi per imparare "ad ascoltare la forza altrui" e "ad aderire alla forza altrui", quando al minimo contatto si riesce ad ascoltare e ad aderire al nemico/i allora ogni gesto prende vita e trova da se l'applicazione giusta nel momento giusto. Quindi si necessita di invertire la tendenza, cambiare la direzione, smettere di voler imparare un numero spropositato di applicazioni per imparare a lasciar nascere l'applicazione. Certo si devono dare degli spunti, far vedere delle possibilità, come agire in funzione dell'altro, però se si vuole andare oltre bisogna smettere di agire per reagire. Smettere di voler applicare per saper ascoltare.
Allora forse smetteremo di vedere applicazioni su improbabili pugni tesi e lasciati li in balia dell'altro. Smetteremo di vedere gente che si allena in maniera "tradizionale" per poi quando fa combattimento saltellare e tirare sempre i soliti 2 colpi imitando malamente chi fa sport da combattimento (loro si che mediamente li sanno tirare i colpi). Infatti quando si combatte si tende a voler fare la cosa più semplice, la più immediata, a riprova che le tecniche elaborate non nascono in funzione del combattimento, ma che servono ad altro. Smettere di allenarsi per sudare ed accendere il cervello, è l'unica via perchè ripetere un gesto 1000,10000,100000 volte è l'unico modo per ripetere lo stesso errore un infinità di volte. Meglio poche ma fatte bene!

Francesco Sammarco

 
CAPIRE, FARE, ESSERE PDF Stampa E-mail

Capire, fare, essere possono definirsi tre step o livelli che si susseguono l’un l’altro in maniera naturale all’interno del sistema uomo. Tre livelli, che infatti, si riferiscono non alla pratica in sé, ma bensì all’evoluzione del praticante stesso nella sua totalità, attraverso la pratica.
Inizialmente, nella fase di primo approccio, è fondamentale capire che cosa si deve fare, come lo si deve eseguire e il perché lo si fa; è il primo livello, il livello del capire, ovvero il primo step in cui il corpo si attiva e la mente elabora concetti e crea una mappa mentale su cui iniziare a tracciare il proprio percorso, qui si crea il ponte tra la parte prettamente fisica ( muscolo-scheletrica ) e la parte mentale razionale (     neocorteccia, pensiero logico ).
Al secondo livello si entra nella dimensione del fare, ovvero, nel momento in cui si è, cognitivamente capito e si è fisicamente elaborato, allora si entra nella pratica, si prende confidenza e si plasma l’esperienza, il corpo attivato inizia a lavorare, la mente è all’interno e viene a crearsi la connessione tra la componente più interna della parte fisica ( muscolatura profonda, muscolatura superficiale, legamenti, tendini, articolazioni, ossa ) e quella dell’intenzione ( concentrazione voluta, attenta e prolungata ). La mente entra lì dove la si vuole portare, in maniera attiva, precisa, affinando la percezione di sé e si impara a conoscersi, comprendersi, avviando un cammino autodidattico.
Successivamente, con il tempo e soprattutto con l’esperienza, la pratica muta, evolve, si trasforma e via via, o step by step, si raggiunge il livello più raffinato, più profondo; il livello dell’essere.
Qui la mente si scioglie nel corpo, si crea la connessione tra la parte neuro-recettivo-motoria ( mutamenti a livello interno, percezioni, sensazioni, respiro, organi interni, circolazione sanguigna ) e la parte creativa della mente ( un vuoto funzionale alla creazione ).
Adesso che si è conosciuta, o meglio, ri-conosciuta e ha imparato a comprendersi si aprono le porte al cammino esperienziale, si aprono le porte dell’arte.
Questi tre livelli, essendo livelli del praticante e non dell’arte in se, non sono da considerarsi specifici in una data disciplina, ma da estendersi a qualunque azione quotidiana si compia, avvicinandosi sempre di più alla consapevolezza o come dice il M° Flavio Daniele “ Quando si è non c’è bisogno di pensare per esserci “.


Luca Barra

 
L’aspetto salutistico nella pratica PDF Stampa E-mail

L’aspetto salutistico nella pratica

Alle arti marziali e più comunemente alle discipline definite olistiche, ovvero quelle che mirano alla coltivazione della persona in tutti i suoi aspetti, vengono attribuite proprietà terapeutiche e benefiche che giovano in particolare sulle persone più anziane, su chi risente di contratture di tipo muscolo-articolare, per coloro che sono alla ricerca nel migliorare il proprio stato psicofisico e persino su determinate patologie di vario genere ed entità.

Tutto questo è assolutamente corretto ed inconfutabile, infatti numerose ricerche scientifiche e studi a livello universitario nazionale ed internazionale hanno confermato che i riscontri non sono soltanto positivi su persone che, come si pensa mediamente, praticano fin dall’età infantile, ma altrettanti validi risultati sono stati ottenuti da praticanti che hanno iniziato il loro cammino esperienziale, a riguardo, in età più avanzata.

Come è possibile però che nonostante l’avanzare dell’età si possa ancora migliorare sia sul piano fisico, ricreando un corpo sciolto e morbido, sia sul piano emotivo, eliminando condizioni dannose dal punto di vista del benessere quotidiano (come bruciori di stomaco da nervosismi, stress, insofferenza) che, oltretutto, danneggiano gli organi interni: fantascienza da film o reale possibilità?

La risposta sta nell’approccio che ognuno ha alla pratica, qualunque essa sia, che si chiami Taiji, Xin Yi, Yoga, Meditazione, Karate, Judo, Aikido, se il corpo all’interno della propria disciplina si allena nel modo giusto, la mente non fa più del necessario (tipico vagheggiare caotico), le emozioni non giocano brutti scherzi, allora si potranno capire ed apprezzare i numerosi benefici che tali discipline offrono.

Cuore pulsante di tutto ciò è il Nei Gong, lavoro interno, con il quale si prende coscienza del proprio corpo attraverso le diverse parti strutturali, di come agiscono nello spazio e degli effetti che il movimento ha sull’aspetto fisico, mentale ed emotivo e di come questi si influenzino vicendevolmente. Quindi al cambiare delle discipline varieranno tecniche, strategie (di attacco e di difesa nel caso di arti marziali), posizioni, forme, ma i principi del proprio corpo e di se stessi rimarranno immutati, solo senza andare contro le leggi della fisica si potrà lavorare su articolazioni, sulla circolazione sanguigna e sulla corretta sinergia muscolare, senza rovinarsi le giunture, “rinsecchire” i muscoli e rovinare il proprio assetto posturale con gravi e dolorose conseguenze anche a livello psicoemotivo.

Non basta semplicemente allenarsi, ma è importante porre attenzione sul come allenarsi, che cosa allenare e a cosa servono determinati allenamenti (per capire quale è più consono a ciò che vogliamo esercitare), soltanto eseguire tecniche o fare forme senza che vengano supportate da dei solidi principi è dispersivo e completamente inutile!

Grazie al Nei Gong tali principi possono essere sviluppati e fatti propri, trovando notevoli sbocchi pratici ottenendo, come conseguenza ad una pratica corretta, l’aspetto salutistico e non muoversi approssimativamente e sperare in benefici provenienti da chissà quali fonti.

Luca Barra

 


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